Viktor Orbán: la nuova democrazia illiberale e l’antico alfabeto ungherese

New illiberalism and the old Hungarian alphabet
(Tomasz Kamusella, New Eastern Europe, 30 aprile 2020)

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán mostra la mappa della storica Ungheria al primo ministro polacco Mateusz Morawiecki (Budapest, aprile 2019)

Al principio del XXI secolo mi imbattei nella prima volta nelle cosiddette “rune ungheresi”, mentre studiavo l’uso di vari alfabeti e lingue nell’Europa centrale. Fino al XVII secolo il rovásírás (rovás “tacca” e írás “scrittura”), l’alfabeto ungherese antico, era impiegato in Transilvania sotto forma di brevi iscrizioni incise nel legno. Negli anni ’60 lo storico americano Peter Sugar scrisse i suoi appunti in rovás quando in Jugoslavia faceva ricerche per uno suo studio sull’industrializzazione della Bosnia-Erzegovina. Questo stratagemma gli permise di eludere l’invadente sorveglianza dell’Udba (Uprava državne bezbednosti), la polizia segreta jugoslava. Sugar conosceva il rovásírás perché era nato in una famiglia ebraica a Budapest. Durante la seconda guerra mondiale, lo storico fu inviato in Turchia dove continuò gli studi a Istanbul e imparò di più sull’ungherese antico.

Il rovás è una modifica ungherese dell’alfabeto orkhon dei popoli turchi (Göktürk) dell’Asia centrale, a sua volta basata sulla scrittura pahlavi delle lingue medio-persiane e sull’alfabeto del sogdiano, la lingua franca della via della seta. Questa antica scrittura è stata riscoperta alla fine del XX secolo e ha riscosso un certo interesse, per ovvi motivi storici e ideologici nella Turchia repubblicana.

Naturalmente, né questo sistema di scrittura turco né il rovás hanno nulla a che fare con le rune germaniche, sorte nel secondo secolo sulla base dell’alfabeto latino alle frontiere dell’Impero Romano nell’Europa settentrionale. La somiglianza superficiale tra le rune e il rovás va attribuita al metodo utilizzato per scrivere, l’incisione su pietra o legno.

Iscrizione in Rovás: egy az isten georgyius musnai diakon ([per grazia di] Dio Georgyius Musnai, decano), 1668, Énlaka, Transilvania ottomana (oggi Inlăceni, Romania)

La politica degli alfabeti nell’Europa moderna è caratterizzata dalla graduale limitazione del loro numero: l’Europa occidentale ha imposto il modello dell’alfabeto latino perché era (quasi) l’unico sistema di scrittura usato in questa parte del Vecchio Continente fin dall’antichità. Al contrario, nell’Europa centrale, le lettere latine erano caratteristiche di cattolici e protestanti, mentre il cirillico era usato nei regni ortodossi (principalmente slavi), la scrittura araba dagli ottomani e l’ebraico dalle comunità israelite. Ancora nell’impero ottomano, i rum, gli abitanti del millet greco-ortodosso usavano le lettere greche, mentre gli armeni (che prosperarono anche in Polonia-Lituania) rimasero fedeli al loro specifico alfabeto armeno. Ricordiamo anche l’alfabeto georgiano adottato in alcuni monasteri ortodossi dei Balcani e la scrittura glagolitica tardo medievale, conservatasi fino all’inizio del XX secolo tra i cattolici croati dell’isola di Veglia (Krk).

A metà del XX secolo, l’uso ufficiale di questi vari alfabeti fu radicalmente ridotto all’alfabeto greco impiegato in Grecia e Cipro, al cirillico in uso negli stati-nazione slavi ortodossi e all’alfabeto latino. Questo status si riflette nel numero di sistemi di scrittura ufficiali riconosciuti dall’Unione Europea, come attestano prontamente le banconote in euro che recano iscrizioni in lettere cirilliche (per la Bulgaria), greche (per Cipro e Grecia) e latine (per tutti gli altri).

I rapidi cambiamenti politici e ideologici hanno però messo alla prova gli standard dell’Europa centrale. Nel corso delle guerre balcaniche, la Croazia si è reinventata come stato-nazione storicamente e culturalmente omogeneo e ha utilizzato la politica dell’alfabeto per realizzare tale progetto. In primis vietando il cirillico, considerato “serbo”, un passaggio che ha facilitato il riemergere del croato come lingua a sé stante, distinto dal serbo-croato come lingua ufficiale dell’ex-Jugoslavia (che usava sia cirillico e latino). Un processo simile ha avuto luogo tra i bosniaci musulmani, che hanno anch’essi bandito il cirillico. Per far fronte a questa convergenza non voluta, storici e filologi croati (spesso perlopiù militanti politici) si sono concentrati sul glagolitico (glagolitsa) trasformandolo in un forte simbolo identitario. Un espediente che ha permesso di enfatizzare la presunta unicità croata rispetto al bosniaco.

Cartello stradale in alfabeto latino e glagolitico (Drivenik, Croazia)

A partire dal 1993 la Croazia ha organizzato corsi estivi di glagolitico per divulgare l’utilizzo della scrittura. Nell’uso ecclesiastico tradizionale, il glagolitico era impiegato principalmente per i testi in lingua slava ecclesiastica. Al giorno d’oggi invece viene utilizzato per il croato comune, e tra il 1996 e il 2004 è stato sviluppato un set standard di caratteri Unicode glagolitici, allo scopo di poterlo utilizzare persino sul web (una dimostrazione è appunto la Wikipedia in slavo ecclesiastico).

Nel 2010 Zagabria ha incentivato la promozione del glagolitico, soprattutto nelle scuole. Da quell’istante l’alfabeto è spuntato su monumenti, targhe, magliette. Tuttavia, al di là dell’impiego simbolico, non sembra esserci alcuna voglia da parte dei croati di usarlo come secondo alfabeto. Nessun libro o periodico è pubblicato in glagolitico, ad eccezione dei libri di testo scolastici su come scrivere e leggere il glagolitico (che in realtà, a parte gli esempi, sono scritti in lettere latine).

Il glagolitico resta quindi solo un simbolo del nazionalismo croato e del suo reinventato tradizionalismo. La storia della recente ascesa del rovás in Ungheria è simile, anche se vanno evidenziate delle differenze. Negli anni ’90 in Ungheria l’interesse per il rovás era limitato agli studiosi e agli appassionati, alcuni dei quali nazionalisti con idee conservatrici. Nel 2003 l’Associazione Mondiale degli Ungheresi (Magyarok Világszövetsége) ha tenuto un incontro nella città transilvanica di Miercurea Ciuc (Csíkszereda) per discutere del futuro della minoranza ungherese (siculi, székelyek) nella regione. I delegati hanno invocato l’autonomia territoriale dei siculi e l’adozione dell’ungherse antico della segnaletica, proposte che hanno lasciato indifferente Bucarest.

Nel 1998 è partito il progetto della creazione di uno standard Unicode per il rovás, giunto a completamento nel 2012 e conosciuto anche come székely–magyar rovásírás. Inizialmente la comunità di sviluppatori era refrattaria all’idea di creare dei caratteri per un oscuro alfabeto ungherese, soprattutto perché nessuno sembrava intenzionata a usarlo (né Budapest mostrava alcuna intenzione di sostenere il progetto). Un’ulteriore difficoltà era rappresentato dal fatto che il rovásírás, a differenza della maggior parte dei sistemi di scrittura europei, è scritto da destra a sinistra. Nonostante queste difficoltà, a metà degli anni 2000 gli appassionati iniziarono a pubblicare libri traslitterati dall’ungherese al rovás. L’istituzione della Rovás Alapítvány (“Fondazione Rovás”) nel 2009 ha dato una spinta definitiva al progetto, patrocinando anche la pubblicazione del primo libro (una raccolta di fiabe tradizionali) nell’antico alfabeto ungherese.

primo libro in rovás

Con l’ascesa al potere di Viktor Orbán nel 2010, i gruppi nazionalisti marginali si sono trovati improvvisamente al centro dell’arena politica, che nel frattempo si era drasticamente spostata a destra. Il leader di Fidesz ha sposato gli ideali di questi gruppi per consolidare il proprio potere e garantirsi una maggioranza parlamentare permanente per almeno un decennio. L’amministrazione Orbán, in accordo con la Fondazione di cui sopra, ha anche patrocinato la diffusione del rovás a partire dai suoi esordi nel 2010. La prima città ad avere una doppia segnaletica è stata Bugac, a metà strada tra Budapest e Seghedino (Szeged).

(Bugac)

La Fondazione Rovás, con il sostegno del governo, pubblica libri, offre materiale didattico e corsi di formazione per insegnanti interessati a portare l’antico alfabeto ungherese nelle scuole. Questi corsi sono di grande aiuto ai nazionalisti e agli attivisti di Fidesz, perché fino a poco tempo fa gli avversari politici avevano gioco facile nel denunciare la loro effettiva ignoranza dell’ungherese antico.

Oltre alle librerie, alle amministrazioni regionali e alle scuole, l’uso del rovás si sta diffondendo anche nel marketing e nell’abbigliamento. Le autorità consentono anche di utilizzarlo nella propria firma personale, e le aziende lo usano per le loro pubblicità. Diversamente dal caso del glagolitico croato, il rovás ungherese ha oltrepassato gli stretti confini del simbolismo nazionale e oggi funziona realmente come un secondo alfabeto della lingua ungherese. Molti ungheresi leggono e scrivono a Rovás, in particolare quelli che simpatizzano per la destra nazionalista. L’alfabeto ungherese nazionale evoca in molti sentimenti patriottici che il partito di governo Fidesz sfrutta per guadagnare voti.

Mentre in Croazia dunque è sufficiente sapere a malapena riconoscere i caratteri glagolitici per considerarsi un patriota (senza la necessità di sapere quale suono indica una data lettera), al contrario in Ungheria ora è assolutamente richiesta una conoscenza approfondita dell’alfabeto antico. La politica degli alfabeti sta tornando in grande stile nell’Europa centrale, ma pochi sembrano essersene accorti. Una politica patriottica che si fonde bene con l’irredentismo subliminale di Orbán, orgoglioso di adornare gli uffici pubblici con la mappa della “Ungheria storica” precedente al 1918, i cui confini vanno ben oltre quelli attuali.

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