Quelli che “i migranti sono esseri umani”…

In questi mesi stanno venendo al pettine tutti i nodi creati da anni di gestione fallimentare del fenomeno migratorio: la parte politica che ci ha portato a questa catastrofe umana (prima che umanitaria), invece di fermarsi un momento a riflettere, ha preferito sostenere le proprie ragioni con la propaganda e il terrorismo psicologico.

Nel caso particolare, il vascello Aquarius battente bandiera gibilterrina della ONG SOS Méditerranée, equipaggiato di tutto punto e sicuro sotto ogni punto di vista, è stata descritto come una “bagnarola alla deriva” e l’equipaggio della nave come “donne e bambine al naufragio” (quando in realtà sui 629 passeggeri oltre i due terzi sono maschi adulti). Il che significa che, nelle critiche contro l’attuale Ministro dell’Interno siamo già andati al di là dell’onestà intellettuale, perché va bene paragonare Salvini a Hitler (o, peggio, a Minniti), ma se è necessario distorcere la realtà a tal punto, significa che sotto c’è dell’altro.

E in effetti questo “altro” emerge indirettamente nei pretestuosi “appelli all’umanità”, rilanciati con tempismo rimarcabile dalla grande stampa: perché è ormai evidente che tutta l’accozzaglia radical chic non difende i migranti in quanto persone, ma solo come “avanguardia di uno stile di vita” (per usare la nota espressione), cioè degli apostoli del nomadismo, del mondialismo e di tutti i vari deliri con cui taluni vorrebbero convincere se stessi di essere ancora engagé.

La formula stessa che ci obbligano ad usare, “migranti”, rispecchia il disinteresse nei confronti delle persone in carne e ossa, perché nessuno di questi “migranti” si considera tale se non per necessità: se avesse potuto fermarsi prima di partire, lo avrebbe fatto sicuramente; e se ora è partito e non può tornare, di certo non vorrebbe trovarsi incastrato in un moto perpetuo in nome della “avanguardia”.

Proprio alla luce di tali, banalissime, considerazioni, è prevedibile che non appena gli odierni “migrazionisti” scopriranno che non uno dei “migranti” condivide le loro ridicole fantasie di palingenesi e rivoluzione (preferendo invece la comodità della “retroguardia” piccolo-borghese), saranno costretti a cercarsi degli “umani” più “umani” in grado di simboleggiare meglio il “sogno” di un’umanità sradicata e “mobile” a tutto campo (quindi dal punto di vista sia individuale che sociale, lavorativo, abitativo, culturale, e infine sessuale).

Del resto, un’ulteriore dimostrazione della “disumanizzazione” messa in atto è l’improponibile monumento al “migrante ignoto” installato l’anno scorso in quella stessa Capalbio che si è strenuamente opposta all’accoglienza dei migranti “reali” (perché in contrasto con le “ville di gran lusso” [sic] presenti nella riserva piddina).

Senza voler polemizzare ulteriormente, notiamo in conclusione che uno dei punti più controversi di questo “attivismo da tastiera” (o “da divano”, come lo definiscono i russi) è lo sdegno generato nei suoi “praticanti” da qualsiasi invito a “fare qualcosa di concreto”. Non è soltanto una provocazione: abbiamo visto che in Italia, come in Francia o in America, i propugnatori dell’Accogliamoli Tutti sono gli stessi che a casa propria non ne accoglierebbero nemmeno uno. Il sospetto che tanta esibizione di “umanitarismo” e “progressismo” nasconda nella pratica una profonda indifferenza è del resto confermato da un recente studio in cui emerge che i conservatori poveri sono molto più portati a fare beneficenza rispetto ai facoltosi liberal.

In tal caso non è quindi del tutto scorretto buttarla sul personale, soprattutto perché a non potersi permettere una visione così filantropica e umanitaria dell’immigrazione sono quelli che sono costretti a subirne le conseguenze da vicino, cioè i ceti più disagiati, gli abitanti delle periferie, i “nuovi poveri”, in generale le classi subalterne. In fondo una testimonianza personale degli ottimati varrebbe (anche in termini elettorali) più della valanga di insulti lanciati a tutta pagina contro i plebei.

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