Turchia: le penne e le spade

Le prime pagine di tutti i giornali italiani di oggi deplorano la condanna all’ergastolo comminata a diversi giornalisti turchi per complicità nel golpe del 15 luglio. Dal momento che l’orientamento dei nostri media è, come al solito, al 99,9% sfavorevole nei confronti di Ankara, vorrei provare a offrire ai lettori un punto di vista alternativo.

In primis partirei proprio dal contesto: il tentato colpo di stato ha colpito profondamente l’intera società turca, anche (e forse soprattutto) gli oppositori politici di Erdoğan, che di fronte al pericolo di un ritorno ai sanguinari regimi militari del passato hanno preferito fare un passo indietro. In Italia tutto ciò non è passato, perché un attimo dopo che i “colonnelli” hanno fallito nel loro intento ecco che è stata confezionata all’unisono la tesi dell’auto-golpe: gli stessi che avevano già stappato la sciampagna per gli “amati militari” hanno poi dovuto sfogare la frustrazione nelle dietrologie più cervellotiche.

Eppure non è stato uno scherzo, per i turchi, quanto accaduto in quella estate due anni fa: nessuno di essi, del resto, è tanto ingenuo da credere che Erdoğan sia riuscito a manipolare lo Stato profondo a proprio piacimento. In generale la vicenda viene vista come un pericoloso prodromo alla guerra civile, eventualità da scongiurare anche facendo pagare il conto a coloro i quali avevano “scommesso” sul golpe: il classico Vae victis.

Questo è quindi il contesto nel quale sono stati condannati i tre giornalisti. Venendo appunto all’accusa di cui tanto si discute, possiamo affermare che essa si basa principalmente su una complicità “oggettiva” con gli ambienti gülenisti, concretizzatasi in fantomatici “messaggi in codice” che i due fratelli Altan (Ahmet e Mehmet) e la “veterana” Nazlı Ilıcak avrebbero lanciato attraverso articoli e interventi televisivi.

In particolare l’episodio che ha avuto un’inevitabile influenza sull’opinione pubblica è avvenuto durante una trasmissione di una tv locale (in seguito soppressa) dove il più celebre degli Altan (Ahmet, del quale qualche romanzo è stato tradotto anche in italiano), intervistato dalla Ilıcak assieme al fratello annunciava la possibilità di un golpe militare imminente, esattamente un giorno prima che esso si verificasse.

Sono state “rappresentazioni plastiche” come questa della connivenza tra alcuni rappresentanti del quarto potere e il movimento di Fethullah Gülen, a creare il clima adatto a quelle condanne esemplari. Sul tema ci sarebbe molto da dire: per esempio, fino a che punto si può spingere l’irresponsabilità dei giornalisti? Vorrei tanto poter credere alla favola degli eroi solitari contro il malvagio tiranno, ma la verità è che in Turchia c’è chi semplicemente ha puntato tutto sul “cavallo” perdente. Se il golpe si fosse concretizzato, è ovvio che i rapporti di forza oggi sarebbero ribaltati, e in galera (o all’obitorio) troveremmo Erdoğan con tutta la sua corte. Ma così non è andata…

A un certo punto, si rende necessario calcolare le conseguenze dei propri atti e agire in prospettiva: c’è chi l’ha fatto, ammettendo la sconfitta e prendendo la via dell’esilio, e chi invece ha preferito seguire il proprio destino fino in fondo, andando incontro a una condanna inevitabile. Non sono nessuno per poter giudicare tale condotta: tuttavia, la situazione che andava delineandosi imponeva anche una certa dose di realismo nell’affrontarla.

Pensiamo solo al fatto che gli alti lai dell’Onu e dell’Ue contro le “purghe” di Erdoğan da mesi vengono espressi perlopiù attraverso Twitter. Il che significa che, al di là dei piagnistei a comando con cui ammaestrano le rispettive opinioni pubbliche, non esiste la benché minima volontà da parte delle istituzioni occidentali di mettere nuovamente i bastoni tra le ruote al “Sultano”: anche perché, tutto sommato, sarebbe ridicolo pretendere clemenza dagli stessi individui che un attimo prima si sarebbe voluto abbattere a cannonate (non solo in senso metaforico).

Il gioco della “libertà di stampa” dura finché appunto si “gioca” ad armi pari (il quarto potere in tal senso ha imparato a difendersi benissimo): ma quando si invocano forze oscure per deporre un Presidente democraticamente eletto, allora si accetta che le regole del gioco cambino, e non sempre a proprio favore.

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