Morire per Sodoma: la militarizzazione dell’attivismo LGBT

È noto che da qualche anno a questa parte in estate i loghi delle multinazionali si colorano d’arcobaleno: è il Pride Month, il mese dedicato ai gay (uno fra i tanti) in memoria dei famigerati “moti di Stonewall” del 1969, gli scontri tra la polizia e gli avventori di un bar per omosessuali. Il fenomeno è conosciuto come rainbow washing (“risciacquo arcobaleno”) e ci si domanda quanto a lungo converrà alle sessualità “alternative” continuare a giocare il gioco della minority politics, quando da tempo nei Paesi occidentali sono state introdotte correzioni legislative che in molti campi rappresentano un vero e proprio privilegio per chi non è etero: pensiamo al lavoro (le famose “quote”), al fisco, al welfare e, naturalmente, all’istruzione (dal 2011 vige l’obbligo per le scuole pubbliche californiane di insegnare “storia LGBT”, altro che gender).

Non so se sia ancora consentito parlare di lobbismo senza incorrere in qualche reato d’opinione, ma a scanso di equivoci lascio la parola a una fonte “al di sopra di ogni sospetto”, il grande e irreprensibile Fatto Quotidiano, che comprensibilmente ha rimosso l’articolo che segue dal suo archivio (ma viene in soccorso Dagospia. Conquista l’omosex: la tolleranza è un business, 16 gennaio 2013):

«“Mi chiamo Lloyd Blankfein, sono l’amministratore delegato di Goldman Sachs e sostengo l’eguaglianza dei matrimoni”, dichiara in uno spot di 32 secondi uno degli uomini più potenti di Wall Street (sposato con tre figli) nella veste di testimonial della Human Rights Campaign. Ovvero la più grande associazione Usa di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali con più di 750.000 sostenitori. Perché, dice Blankfein, “la tolleranza è un buon affare”. Anzi ottimo, considerando sia i numeri che l’elevata capacità di spesa della comunità omosessuale. La stessa Goldman riconosce da 10 anni l’assistenza ai partner oltre a finanziare gli interventi chirurgici per cambiare sesso. E ha partecipato insieme a Bank of America Merrill Lynch, Barclays, Citi, Crédit Suisse, Deutsche Bank e HSBC alla convention londinese dello scorso novembre sull’uguaglianza di genere dei dipendenti lesbiche, gay, bisex e transgender (Lgbt). […] I maggiori istituti finanziari del mondo fanno quasi a gara nel lanciare iniziative: JP Morgan ha per esempio sponsorizzato l’organizzazione di gay pride a Londra e New York, la banca inglese Lloyds stima che all’interno del gruppo lavorino circa 2500 omosessuali o transgender e ne favorisce l’inserimento tra i colleghi, con i clienti, e all’interno della comunità. Sempre fra i colossi bitannici, nel 2010 Barclays ha deciso di rimborsare lo staff Usa che aveva subito disparità economiche sulla base della diversa legislazione per gli omosessuali in tema di matrimonio e ha lanciato di recente un’applicazione gratuita per telefonino destinata ai suoi dipendenti Lgbt. Essere gay-friendly, infatti, non è più un costo ma un beneficio. Offre innumerevoli possibilità di guadagno e attrae un elevato numero di consumatori. I gay americani, a esempio, spendono oltre 835 miliardi di dollari l’anno. […] In Europa, manager e imprenditori gay si riuniscono in associazioni, per fare lobby. Come l’Egma (European Gay and Lesbian Managers Association) che ha sede a Berlino ed è costituita da 9 associazioni nazionali che contano oltre 3000 manager, imprenditori e professionisti Lgbt. A Hong Kong e a Londra, invece, è operativa Lgbt Capital che riunisce fondi di investimento su imprese gay-friendly oppure create e gestite direttamente da membri della comunità omosessuale. In Italia un’associazione simile manca. Ma qualcosa si sta muovendo: l’anno scorso alla Bocconi di Milano il gruppo studentesco Equal Student (B.e.st), che promuove i temi della tutela delle diversità, ha organizzato una tavola rotonda sul cosiddetto “diversity marketing”. Un appuntamento da ripetere perché, come dice mister Goldman, la tolleranza è un buon affare».

Potremmo riconoscere che nessuna “rivoluzione” hai mai fatto granché senza finanziamenti occulti o palesi: il gioco della “minoranza oppressa” sostenuta da Goldman Sachs e JP Morgan ci può stare nella misura in cui può essere declinato in tema di diritti e amore. Il consumismo, in fondo, è una ideologia pacifica (almeno fino a quando la guerra non smette di rovinare gli affari) e l’edonismo nella prospettiva della cultura gay non è un vezzo ma una delle sue componenti essenziali. Anche per questo la “lotta per i diritti” viene messa perennemente in scena nei Paesi in cui da anni, se non decenni, l’omosessualità è stata decriminalizzata o addirittura (come notavamo più sopra) “favorita” dal punto di vista politico e legislativo: i gay pride non si fanno in Africa, Asia o Medio Oriente perché nessuno vuole, appunto, la “guerra”.

Tuttavia, tali considerazioni contrastano con il militarismo sempre più accentuato della propaganda LGBT: pensiamo, per esempio, al manipolo della missione europea EULEX in Kosovo che annualmente issa la bandiera arcobaleno davanti al proprio quartiere generale per celebrare la “Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia” e ricordare, come afferma il sito dell’UE, che “i diritti LGBT fanno parte dei criteri di Copenaghen per l’ammissione ufficiale all’Unione”.

È il mondo anglosassone, come è prevedibile, a dimostrare maggior interesse a promuovere la figura dell’omosessuale monogamo in veste di soldato diligente e fedele al proprio compagno.

Del resto, nelle caserme statunitensi a nulla è servita la protesta delle organizzazioni militare cattoliche contro l’esposizione di poster celebrativi del Pride Month:

Oltre vent’anni fa lo scrittore francese Jean-Jacques Langendorf, in un volume collettaneo contro il bombardamento della Serbia (Serbia ed Europa. Contro l’aggressione della Nato, Graphos, Genova, 1999, pp. 139-140) avanzò una surreale ipotesi per stigmatizzare l’insensatezza del casus belli umanitario:

«Uno di questi giorni una Chiesa che rifiutasse, per ragione evidenti, di sposare preti omosessuali, potrebbe essere accusata di violare i diritti fondamentali dell’uomo. E se tutto un Paese profondamente cattolico si unisse al rifiuto, sarebbe possibile ricorrere ai missili da crociera per piegarlo».

Al giorno d’oggi questo argumentum ad absurdum pare tutt’altro che impossibile. La possibilità che “missili da crociera” possano “piegare” un Paese omofobo è già contemplata dalla risoluzione ONU A/HRC/17/L.9/Rev.1 del 17 giugno 2011, che ammette un “intervento umanitario” laddove i desiderata della lobby non siano stati realizzati. Le uniche proteste formali finora sono giunte dal rappresentante pakistano alle Nazioni Unite (“preoccupante il tentativo di introdurre nelle Nazioni Unite nozioni che non hanno alcun fondamento legale”) e da un diplomatico della Mauritania (“La risoluzione è un tentativo per rimpiazzare i diritti naturali di un essere umano con dei diritti innaturali”), a fronte dell’entusiasmo (scontato) dell’Unione Europa e dell’atteggiamento ondivago degli Stati Uniti, che nell’epoca arcobaleno di Obama hanno comunque preferito utilizzare la questione omosessuale come grimaldello geopolitico (da qui il paradosso del diverso trattamento mediatico-diplomatico di Russia e, per citare a caso, Arabia Saudita) e anche in era Trump le ambasciate americane abbiano sempre continuato a sostenere le manifestazioni in quei Paesi “amici” che, per esempio, non avevo ancora legalizzato le adozioni per coppie omosessuali.

Non mi pare un punto secondario questa disponibilità, da parte dell’attivismo LGBT (mi fermo a queste lettere pur con la consapevolezza che esiste un intero alfabeto sessuale in attesa di riconoscimento) ad accettare le caratteristiche di quel sistema che a loro dire era strutturalmente portato a discriminarli. Per certi versi è positivo il perenne risorgere di un “ordine”, tuttavia bisognerebbe anche saggiarne la resistenza di fronte agli imprevisti della storia, che filosoficamente si definiscono eterogenesi dei fini. Le truppe occidentali si rifiutano da decenni di “morire” per qualsiasi capitale: riusciranno le bandiere arcobaleno e gli spot di propaganda a convincerle a morire per Sodoma?

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