I “punti di strozzatura” della guerra per minoranze di Biden

Il presidente Biden ha appena autorizzato le ambasciate americane a issare la bandiera arcobaleno dell’attivismo LGBT assieme a quella a stelle e strisce. La decisione ribalta il divieto della precedente amministrazione di innalzarla sui pennoni durante il pride month (giugno). Il segretario di Stato Antony J. Blinken ha comunque raccomandato al personale diplomatico di assicurarsi che “l’iniziativa sia appropriata al contesto locale”.


Si torna quindi alla “guerra per procura” attraverso le minoranze (sessuali, ma anche etniche o politiche)? Qualche avvisaglia si era già cominciata a sentire, quando il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva da un giorno all’altro iniziato un nuovo Kulturkampf contro l’attivismo LGBT, negando alle richieste delle minoranze sessuali qualsiasi dignità politica e, in aggiunta, sfilandosi dalla famigerata “Convenzione di Istanbul”, che ai tempi di Obama invece gli era servita proprio per accreditarsi come alleato di ferro della “guerriglia delle minoranze” (delle quali le Primavere Arabe non erano che una prosecuzione con altre comparse).

Sono del resto innumerevoli i fattori che lasciano percepire l’intenzione da parte dell’amministrazione Biden di riprendere la destabilizzazione delle nazioni ostili attraverso le minoranze: pensiamo, per esempio, alla “questione uigura”, che ha lasciato sempre freddi i media occidentali (anche perché, a differenza dei tibetani, gli estremisti islamici dello Xinjiang sono davvero poco “telegenici”), ma che ora è esplosa sulle prime pagine con tutto l’armamentario di accorati appelli e terrorismo psicologico.

Gli Stati Uniti sono potenzialmente in grado di risvegliare in qualsiasi Paese “cellule amiche”, nel senso di minoranze totalmente marginali a livello politico e sociale che tutto ad un tratto scoprono l’amalgama perfetta. Si intuisce che l’attuale amministrazione tenga molto di più alle liberta di gay, trans e lesbiche che a quelle di fondamentalisti islamici (in Cina come in Iran e Russia) o di milizie paramilitari di estrema destra (nell’Europa dell’Est come in America Latina); non a caso allo stato attuale le avanguardie delle manifestazioni anti-governative nel mondo sono quasi tutte di stampo LGBT.

Tuttavia, non per questo le altre “carte” sono state tolte dal mazzo: se Biden volesse, potrebbe domattina stessa aizzare in Medio Oriente una minoranza etnica come quella dei beluci (e forse li sentiremo presto nominare) per schierarla contro l’Iran o il Pakistan. Il conto delle “frange lunatiche” al soldo della CIA (o comunque “assoldabili”) è appunto sterminato, e se non ci fossero basterebbe crearle con una adeguata “campagna di sensibilizzazione”. In fondo, all’identitarismo sessuale corrisponde la possibilità di “smontare” e “rimontare” queste identità in base alla liquidità/fluidità di esse.

Per certi versi, potremmo guardare a tutto questo come a una riedizione della Guerra Fredda: da una parte la “libertà”, dall’altra il “dispotismo”, Occidente vs Oriente, Atene vs Sparta ecc… Certo, ci si trova in difficoltà a valutare l’individualismo estremo come estensione di quei principi fondamentalmente riconducibili ai concetti platonico-cristiani di autodeterminazione e accettare nella pratica di bombardare una nazione perché non ha concesso i bagni delle donne ai trans.

Il gioco peraltro è veramente rischioso perché la “geopolitica del cane pazzo” rende gli Stati Uniti ancor più suscettibili della propaganda di Pechino, che vuole trasmettere al “mondo terzo” (in senso lato) un’idea di stabilità, benessere e giustizia, in contrapposizione al caos, la carestia e la violenza occidentali.

Quando una nave si è incagliata nel Canale di Suez bloccando per giorni infiniti il flusso del commercio internazionale, la stampa internazionale ha giustamente posto l’attenzione sui cosiddetti choke points, i “punti di strozzatura” del sistema globale: una civiltà avanzata come la nostra è caratterizzata da numerose “vulnerabilità” di tal fatta, alle quali non si presta sufficiente attenzione finché qualcosa non va storto. Sono punti critici, veri e propri “imbuti”, la cui esistenza però non va ridotta a un mero problema “infrastrutturale”: anche la stessa concentrazione delle grandi multinazionali in colossi sempre più “soffocanti” (pensiamo al campo delle telecomunicazioni, con Nokia Oyj, Ericsson AB e Huawei che monopolizzano il 60% del mercato) è parte del problema.

Persino a livello culturale esistono, nel sistema globale, diversi “punti di strozzatura”: la politica delle minoranze è una di queste. Si parla, per esempio, di aizzare una guerra civile in un Paese straniero con pretesti che per riflesso potrebbero coprire il proprio: pensiamo alle molte cittadine americane ormai sotto scacco di minoranze aggressive e organizzate come Black Lives Matter. Oppure, sempre per dire, lo smantellamento del welfare barattato col conferimento di inutili diritti individuali: senza dubbio un altro choke point politico-culturale (invito a immaginare il caso estremo di un uomo al quale lo Stato sovvenziona l’operazione per il cambio di sesso ma non quella per l’angioplastica).

A quanto pare la Cina è davvero intenzionata evitare “colli di bottiglia” sia materiali e immateriali: alla Via della Seta corrisponderà senza dubbio l’imposizione di nuovi modelli culturali che sappiano mediare tra istanze contradditorie e potenzialmente distruttive, in nome di un “ordine” che sia degno di definirsi tale.

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