2020 perdere un impero per la figa

Statuetta egizia di Cleopatra (Louvre)

Si entra in quest’anno nuovo in maniera davvero singolare, considerando soprattutto che il precedente è stato il migliore della mia vita. Ho conosciuto “cosa” e “cosa”, ho fatto “cose” e “cose” (bis coeo) eccetera eccetera. Se devo ripensare tuttavia alle mie imprese amorose, non mi viene in mente alcunché di dannunziano, né canzoni, grandi romanzi o mediocri pellicole a cui rifarmi. Mi sovviene invece, considerando soprattutto l’accoglienza decisamente freddina dei lettori (essendo tutti incel e cattolici tradizionalisti come me, li posso pure capire), il comportamento di Antonio durante la guerra civile romana. È un tema suggestivo che mi appassiona sin da adolescente, dopo che una superficiale lettura del classico shakesperiano mi diede l’impressione di una assoluta identificazione tra innamoramento e svirilizzazione.

Si potrebbe dire che il triumviro, emblema del bell’omm per antonomasia (“pezzo di Marcantonio”), sia a tutti gli effetti morto di figa? È realmente una vexata quaestio non solo per intellettuali e storici, ma anche per filologi e latinisti, se la Orient-politik del Nostro sia stata dettata da una delirante infatuazione per Cleopatra, o da un geniale disegno geopolitico volto a penetrare nelle élite levantine in veste di ierofania dionisiaca.

L’unica cosa certa è che la sconfitta, in base all’eterno principio del vae victis, lo ha consegnato alla storia come pusillanime, ubriacone e degenerato. Cassio Dione nella Historia Romana riporta il discorso con cui Augusto arringò le truppe alla vigilia dello scontro decisivo di Azio:

“Chi non si lamenterebbe di vedere i soldati romani fare da guardie del corpo della loro regina? Chi non gemerebbe nel sentire che cavalieri e senatori romani la adorano come eunuchi? Chi non piangerebbe al cospetto di Antonio stesso, l’uomo due volte console, impegnato con me nella gestione degli affari pubblici, a cui erano affidate così tante città, così tante legioni – nel vedere che quest’uomo ha ormai abbandonato i costumi dei suoi avi, ha adottato tutte le usanze straniere e barbare, disonorando noi, la legge, gli dèi patri, rendendo omaggio a quella fanciulla come se fosse Iside o Selene, e prendendo per sé il titolo di Osiride o Dioniso, e ancora regalandole intere isole e territori, come se fosse padrone di tutta la terra e tutto il mare?”.

Si può notare che, a livello di mos maiorum e forse anche di “inconscio collettivo”, quello che identifichiamo come “principio apollineo” tende sempre a prevalere sul dionisiaco in maniera piuttosto agevole. Non è solo propaganda di guerra: dal punto di vista culturale, Antonio aveva già perso la sua battaglia in partenza, poiché neppure col più fantasmagorico sfoggio di ornamenti bacchici e il più variopinto dei cortei orgiastici sarebbe riuscito a eludere l’accusa di locura de amor (proprio come in una cattiva telenovela).

Tutto ciò solo per dire che accetto qualsiasi accusa e insulto. Anche il carissimo lettore che mi scrive “Sei diventato un degenerato estremo” ha ragione da vendere e può vincere facile (come tutti) nel sottolineare un certo mio rincoglionimento. Sono in piena “orientalizzazione” e addirittura ho iniziato ad adottare costumi e rituali francamente perturbanti, che non possono nemmeno riferire senza tema di fare la figura del cazzone, come la fece Antonio quando celebrò ad Alessandria (oltraggiando Roma) il trionfo sull’Armenia, fregiandosi dell’appellativo di “Bacco”.

Come dicevamo, è difficile comprendere, anche col senno di poi, se il triumviro stesse costruendo una macchina mitologica in grado di romanizzare l’intero ecumene oppure se il tutto si riducesse a una mitizzazione delle proprie vicende personali. Si parva licet, è lo stesso dilemma che mi pongo ogniqualvolta penso a quanto mi sta accadendo: è un sentiero inedito delle relazioni tra i sessi dopo secoli di fame e fallimenti, oppure, nel migliore dei casi, solo degenerazione?

Penso che da tale prospettiva l’errore fatale di Antonio sia stato metapolitico, oltre che metastorico: tentare nell’impresa di conciliare vizi privati e pubbliche virtù in veste di vittima sacrificale. Come sostiene in una rilettura ardita uno studioso afroamericano (Arthur L. Little Jr., Shakespeare Jungle Fever), “non avendo impersonato la mascolinità e le virtù romane, l’unico mezzo con cui Antonio può iscrivere se stesso nella narrativa imperiale di Roma e posizionarsi alla nascita dell’impero è quello di mettersi nell’archetipo femminile della vergine sacrificale; avendo fallito nella virtus, nell’identificazione con Enea, cerca quindi di emulare Didone”.

Non è solo l’identificazione con Enea che fallisce: altri numi tutelari furono Eracle e soprattutto Alessandro Magno, rievocato come via maestra dell’assimilazione tra romanitas e oriente. Se tuttavia Antonio non avesse vissuto la schiavitù d’amore in senso totalmente dionisiaco, forse la sua vicenda si sarebbe conclusa in modo differente: d’altro canto, i motivi da egli valorizzati nella colonizzazione culturale delle clientele “di frontiera” transitarono quasi identici nella Imitatio Alexandri augustea.

Se un uomo come Marcantonio è caduto nella “trappola”, figuriamoci una nullità come il sottoscritto: giusto per rimarcare che magari non è il caso di inferire troppo quando do qualche segno di sbandamento, specialmente considerando che certe esperienze avrei dovuto farle qualche lustro fa e non alla mia “veneranda” età, nella quale suggestioni eterodosse si uniscono a esaltazioni subitanee e dubbi lancinanti sul futuro. Perlomeno mi resta un minimo di lucidità per fermarmi un attimo prima di pormi nel ruolo di vittima prescelta, cioè di chi assume usanze e abitudini “straniere”, sulle quali è consapevole mai si potrà costruire alcunché: non una famiglia, un focolare, un hortus conclusus. Figuriamoci un impero di ierogamie e sesso sfrenato.

5 commenti su “2020 perdere un impero per la figa

    1. Noooo… ahahah… ma è perché stavo parlando di Roma e l’associazione mi è venuta spontanea, in verità è dal liceo che faccio questo errore, quindi la figa non c’entra: probabilmente è solo un mio ritardo mentale lol

    1. sulle quali è consapevole mai si potrà costruire alcunché: non una famiglia, un focolare, un hortus conclusus.
      Perché?!?
      Perché, in particolare, “mai si potrà costruire una famiglia”?!?
      Ci sono particolari che non ci hai detto?

      1. Comunque i Due (Marcantonio e Cleopatra) misero anche dei figli al mondo. Una di questi Cleopatra Selene, che andò sposa ad uno dei tanti Giuba che hanno regnato sulla Numidia. I loro discendenti (o presunti/sedicenti tali) sono ancora oggi in giro per il mondo. Nelson Mandela ed il suo avversario, il Re degli Zulu Inkhata vantano entrambi tale origine.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.