Viene un’età che le donne ti corrono dietro

Durante la quarantena ho potuto osservare dal balcone l’esistenza quotidiana due scapoloni ultraquarantenni in maniera pressoché sistematica: uno spettacolo da far crepare il cuore, nessun maschio di qualsiasi specie (nemmeno un coccinello) dovrebbe vivere così. Meglio la guerra civile, che passare la vita a girare come cosa inutile per il quartiere. Questo è un atteggiamento che potrebbe permettersi una donna, la mediocrità assoluta di un hortus conclusus mutilato di qualsiasi apertura al trascendente: altro che Men Going Their Own Way, uomini che “vanno per la loro strada”. Aiuto.

Le femmine non capiranno mai. Sono sconcertanti nella loro indifferenza. Chissà se riescono anche solo a concepire cosa sia il desiderio maschile. Credo di no, dal momento che se non sussistessero ancora spettri di “patriarcato” la nostra specie si sarebbe già estinta da un pezzo. Ora tuttavia crolla un diaframma dopo l’altro e noi maschi inutili dovremmo rassegnarci e accasciarci (“accasciarsi” è verbo tipicamente pavesiano, ma la comunità dei brutti italiani lo ha adottato senza saperlo come corrispettivo dell’americano Lay Down And Rot, segno che il martirio per figa è universale).

Un’inchiesta del 1929 della rivista dei surrealisti chiede ai lettori di rispondere al quesito Quelle sorte d’espoir mettez-vous dans l’amour? (“Che genere di speranza riponete nell’amore?”), intortandoli con la solita tiritera sul contrasto tra arte e vita: « Accepteriez-vous de ne pas devenir celui que vous auriez pu être si c’est à ce prix que vous deviez de goûter pleinement la certitude d’aimer ? » (“Accettereste di non diventare ciò che avreste potuto essere se questo fosse il prezzo per gustare appieno la certezza d’amare?”). Ah ah, le avanguardie più ardite conservano pregiudizi di un misogino di provincia: « Comment jugeriez-vous un homme qui irait jusqu’à trahir ses convictions pour plaire à la femme qu’il aime ? » (“Come giudichereste un uomo che arrivasse a tradire le sue convinzioni per piacere alla donna che ama?”).

Il vero dramma è che sono fondamentalmente le donne stesse ad alimentare tale preconcetto: fosse per loro non dovresti mai morirgli dietro, ma far come se lei non esistesse nemmeno, mantenere le tue convinzioni, coltivare i tuoi interessi, tirare dritto per la tua strada ecc., altrimenti si stancano e ti cornificano con lo spacciatore sotto casa. Nemmeno si capacitano dello stress che ciò rappresenta per il maschio: uno vorrebbe semplicemente contare su una confidente e un’amica, invece non può permettersi un istante di abbassare la guardia, di mostrarsi debole e bisognoso di aiuto. Come si possa conciliare poi tutto questo col luogo comune -imposto a forza negli ultimi decenni- del “dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”, non si sa: le stesse femmine ci obbligano a diventare grandi nonostante esse, se non a discapito di esse.

Questo è l’inferno. « Feriez-vous à l’amour, volontiers ou non, le sacrifice de votre liberté ? », “Sacrifichereste all’amore, volenti o nolenti, la vostra libertà?”. Come se potesse esistere una qualsiasi libertà senza amore. La società che i surrealisti hanno contribuito a distruggere consentiva una redistribuzione più o meno equa di eros che permetteva ai più di non sentirsi “cose inutili”: non a caso la combriccola coltivò il culto di Violette Nozière, la giovane assassina che avvelenò i suoi con un sonnifero (ma riuscì a uccidere solo il padre) eletta a modello di lotta contro l’ipocrisia borghese: la victime du patriarcat (Louis Aragon) che evitò la pena capitale perché il patriarcato in questione non prevedeva la ghigliottina per le donne…

Tale preclusione nei riguardi delle donne, “impaccio dello istudio e pondo gravissimo” (come sosteneva l’Ardotto che un saggio lettore ha voluto rievocare su queste pagine), serpeggia dunque anche in testimoni insospettabili come quei surrealisti così à la page in tema di immoralità: ma cosa hanno mai potuto combinare senza donne tra i piedi quegli scapoloni di quartiere a cui accennavo sopra? E pensiamo al Leopardi, un ingegno letteralmente buttato all’ortiche nell’eclettismo, nel dilettantismo e in quegli irrecitabili endecasillabi, quale gigante universale sarebbe potuto diventare con una femmina accanto?

Ci ragionavo proprio ieri 29 giugno anniversario della sua nascita, quando su tutti i social si fingeva di averlo letto per interesse o passione e non perché obbligati dalla maestra: eppure dubito il miserabile Giacomo mi sarebbe interessato qualcosa se fossi stato uno studente tedesco o ungherese. Alle medie divisarlo mentre “porgea gli orecchi” al suono della voce di Silvia, al suo “perpetuo canto”, mi mozzava il fiato: nessuna aveva mai cantato per lui. Sarà forse per questo che nei suoi austeri e solitari esercizi da filologo non ci si imbatte in una χορεία, un syrtos o una sikinnis, ad onta del desiderio da parte del Poeta di sperimentare quella “Grecia viva” che faceva al contrario imbestialire il conte Monaldo, legittimista assoluto, con la sua ribellione al Gran Turco (“I vostri Greci… mi pare che siano birbanti assai… ribellandosi al proprio principe hanno trasgredito la Legge Cristiana”).

“Or dov’è il suono | di quei popoli antichi”, potremmo domandargli senza alcun intento retorico. Il canto, anzi, più propriamente, il canto femminile, è una delle basi della civiltà: come osservava Alan Lomax, la polifonia e il contrappunto sono very old feminine inventions, nella misura in cui le donne contribuiscono al benessere della comunità, dalla cura dei figli alla partecipazione al procacciamento del cibo (più strutturato è il canto e più la società è coesa e mite). L’unico canto di donna che Leopardi può figurarsi è quel lancinante rantolo di Saffo: “Per virili imprese, | per dotta lira o canto, | virtù non luce in disadorno ammanto”. Solo questo basta a chiedersi, tenuto per vero quanto sostiene quel bravo professore canadese che gli unici scrittori leggibili siano maschi etero tosti, cosa sarebbero stati tuttavia Scott Fitzgerald e Cechov e Tolstoj senza la donna.

Dunque immaginiamo un Leopardi finalmente “contaminato” dal femminino: altro che le cantilene monotone e sterili sulle quali l’unica ad aver detto qualcosa di sincero è stata Patrizia Valduga (“Tutti gli adolescenti segaioli, | con l’acne che gli dà le depressioni, | adorano Leopardi, lune e duoli”), insultata all’unisono dall’Italia ginecocentrica ed emasculata: “Versi troppo meccanici e privi di alcuna emozione”. Ma c’ha ragione lei, mannaggia alla figa.

“Viene un’età che le donne ti corrono dietro… Io sapevo che bastava aspettare”. Il titolo è tratto, ça va sans dire, da un racconto di Cesare Pavese (“Le case”, Feria d’agosto), ma le donne poi non arrivano mai (“D’innamorarle, non ero capace”). L’eta in cui ti corrono dietro non viene mai. Hai voglia ad accumulare poesie da segaioli e tutto il resto. Ci si riduce comunque a dei morti di figa, non c’è niente da fare. Per questo irrido a quella ideuzza, tramandata per secoli come un brutto sogno, dell’amore come “gabbia”, “incantamento” e “rinuncia”. Continuiamo pure a ripeterci che senza donne saremo finalmente liberi di “diventare ciò che avremmo potuto essere”, che poi è la cosa che le donne ci ripetono regolarmente e si ripetono ogni volta che vogliono “rifarsi una vita”. Una mania per l’autorealizzazione collettiva che ha fatto tabula rasa di poesia, letteratura, arte, musica e in definitiva della vita degna di essere vissuta, lasciandoci solo la vie sordide.

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